Negli ultimi anni, ho sentito parlare molto di educazione affettiva e sessuale.
Ne ho sentito parlare nei dibattiti pubblici, sui giornali, nei social. Spesso se ne discute in termini teorici, ideologici o normativi.
Ascoltando queste conversazioni, mi sono tornati in mente gli anni in cui ho partecipato come docente a progetti di educazione affettiva e sessuale nelle scuole e all'intervista che ho rilasciato per una radio qualche tempo fa e presente sul mio canale youtube.
E mi sono resa conto di una cosa: la mia esperienza non è iniziata con una lezione.
E' iniziata molto prima.
E' iniziata nel momento in cui sono uscita di casa per andare nella prima scuola.
Prima parte.
Quella mattina.
La sveglia suona, ma io sono già sveglia da un pezzo. Mi aspetta una nuova esperienza, un nuovo inizio.
Non una sfida: l'incontro umano non può essere una sfida.
Ho uno schema per il discorso. Ma...chi saranno questi ragazzi?
Come vivranno la mia presenza? Saranno interessati a ciò che dirò?
Che domande mi faranno?
E mille altri pensieri... (si fa per dire, "mille"...facciamo anche "duemila", vah) mentre sono praticamente schiacciata come una sardina nella metro A della capitale.
Ho bisogno di respirare, e non mi faccio problemi: gli altri sono troppo presi a mandare accidenti per l'altrettanto loro stato di sardina momentanea, o stanno pensando che sono in ritardo, o ancora, che non si respira...
Già. Respirare.
Allora chiudo un attimo gli occhi, e inizio proprio a respirare.
Inspiro lentamente (mammamia che puzza), espiro lentamente (meglio con il naso, in questi casi... Evviva ogni ora di pratica yoga della mia vita!).
Mi calmo. I pensieri diventano nuvole che passano e vanno via, lentamente.
Salgo i gradini, ritorno in superficie. Arriverò in orario, io e il collega ci vedremo direttamente in aula. Qualche minuto a passo svelto, poi mi trovo davanti la scuola.
Do un'ultima occhiata agli appunti. Tutto pronto.
Attraverso il cancello, percorro i corridoi, salgo le scale, inizio a respirare l'aria che respirano quei ragazzi ogni giorno.
Chissà, se tra i gruppetti che vedo camminare nei corridoi, ci sarà qualcuno della classe che incontrerò tra poco?
Ragazzi e ragazze. Sono "solo" ragazzi e ragazze. E hanno lo sguardo da ragazzi e ragazze. Sotto un'apparente noia, tante domande.
Come me quando avevo la loro età.
Sono lì, con le loro fragilità e i loro punti di forza.
Apro la porta. Il collega è appena arrivato, i ragazzi e le ragazze sono ancora nelle loro "postazioni abituali".
Oggi scioglierà il ghiaccio lui, il medico: parlerà delle malattie sessualmente trasmissibili e di tante altre cose.
Presentiamo brevemente il progetto e i temi degli incontri concordati con la scuola.
Sappiamo già che si vergognano a porre alcune domande, perché temono il giudizio di noi operatori e docenti (cosa infondata, lo spieghiamo subito, il nostro è un atteggiamento privo di giudizio) oppure lo scherno dei/delle compagni/e.
Allora, ecco la scatola per le domande scomode. Quelle le leggeremo insieme, aprendo i fogliettini ripiegati.
Ogni tanto mi lanciano qualche occhiata curiosa.
All'inizio, io sono presa di nuovo da me stessa. I miei battiti, i miei pensieri, le mie domande.
Lentamente, mentre scorrono i minuti, mi sciolgo.
E qualcosa cambia.
Io guardo loro.
Loro guardano me.
Una miscela di curiosità e paura.
La stessa che, in fondo, stavo provando io.
Volete sapere come continua l'incontro a scuola?
Ve ne palerò molto presto. Restate sintonizzate. Iscrivetevi al mio blog, per leggermi ancora.